Competitività fa rima con creatività

Ritratto di Massimiliano

Da un po’ di tempo a questa parte gran parte dei politici e degli imprenditori di questo paese affermano: se vogliamo essere (restare?) tra i paesi che guidano l'economia del mondo, e' necessario puntare sull'innovazione e la ricerca, perché gli altri paesi producono a costi inferiori e perché noi non riusciremo a competere sullo stesso terreno.
L'affermazione andrebbe a mio avviso corretta e la correzione non è di poco conto ed è la seguente: se vogliamo essere e restare tra i paesi che guidano l'economia del mondo è necessario puntare sulla creatività.
Per due motivi fondamentali:
1) perché solo la creatività può generare la tanto invocata innovazione;
2) perché l’Italia si è storicamente distinta nel mondo per il genio e la creatività del suo popolo, in tutti i campi.
Nell'economia della conoscenza, come afferma Richard Florida, autore del libro “L’ascesa della nuova classe creativa”, le informazioni (e quindi la ricerca) sono gli "strumenti" della creatività, mentre le innovazioni ne sono il "prodotto". Sono una conseguenza della creatività. Senza creatività non può esserci innovazione.
Due tra gli stereotipi maggiormente diffusi vogliono che:
1) con i termini “innovazione” e “ricerca” si intenda qualcosa che ha a che fare necessariamente con la tecnologia o la scienza e che si realizza esclusivamente all’interno di sofisticatissimi laboratori, in seguito al lavoro di scienziati che trascorrono giornate intere al chiuso di questi spazi. L’affermazione conseguente è che solo da questa impegnativa forma di ricerca possa nascere qualcosa di buono per il futuro di una nazione;
2) con il termine “creatività” si intenda una qualità innata tipica di artisti bizzarri e fuori dal comune (pittori, scultori, stilisti, designer, grafici).
Certamente la ricerca scientifica occupa una posizione di primo piano e guai se non fosse così, ma non è l’unico modo di fare ricerca. Così come la creatività non è appannaggio di artisti alternativi o bohemians.
L’innovazione può avvenire nei campi più disparati e coinvolgere professionalità di vario genere. Oserei dire che la ricerca è il presupposto indispensabile per l’avvio di qualsiasi attività imprenditoriale, perché è nell’analisi del settore in cui si decide di operare che bisogna ricercare gli obiettivi e la “mission” che ci si prefigge di perseguire. Ed è nella continua ricerca (anche una volta che l’attività è avviata) che si trovano gli elementi, le variabili, sulle quali far leva per adattarsi ai continui cambiamenti che la società attuale ci impone.
La creatività, invece, è uno strumento poliedrico e non esistono limiti alle aree in cui può trovare applicazione ed oltre a quella di tipo artistico esiste una creatività intesa come capacità di trovare soluzioni nuove, quindi innovative. Non mi risulta che prima della creatività vengano i brevetti, le tecnologie e le scoperte, direi che è l’esatto contrario quello che avviene. E’ dalle idee (quindi da un approccio creativo) che nascono prodotti e servizi che, successivamente al concepimento, vengono brevettati.
Seth Godin nel suo libro “La mucca viola” afferma: “in passato vigeva questa regola: crea prodotti comuni e affidabili e promuovili con un marketing di qualità. La regola che vige oggi invece è: crea prodotti straordinari capaci di attrarre le persone giuste.”
Volendo fare degli esempi, le barrette ai cereali sono state la soluzione creativa al problema di portare con sé dei fiocchi di cereali adattandoli alla forma di un altro prodotto cui i consumatori erano già abituati, le barrette al cioccolato; i mobili vengono comunemente assemblati prima di essere acquistati, Ikea ha capovolto il processo, utilizzando un approccio altamente creativo, i mobili li acquisti ad un prezzo conveniente e poi li trasporti e li assembli a casa tua, trasformando quest'ultima fase in una fase divertente e creativa. Questi, per citare i primi che mi vengono in mente, non sono esempi “di buona volontà”. Questa è creatività, e non è solo italica.
In Italia, ma anche altrove, la creatività difficilmente trova spazio all’interno delle multinazionali o delle università o degli enti pubblici (luoghi dove la creatività viene appiattita e annientata in nome dell'efficienza e della produttività, nella migliore delle ipotesi) ma nelle piccole realtà locali, nei garage, ed è insita nell'iniziativa individuale.
Quindi non cerchiamo scuse di alcun genere per giustificare la perdita di competitività del nostro paese. La verità è che la creatività richiede fiducia in se stessi e nelle proprie capacità e anche una bella dose di rischio, ed è questo che manca in Italia. Non dimentichiamoci che la nostra classe imprenditoriale quando deve investire o si trova in crisi chiede i soldi allo Stato e quando deve incassare richiama i principi del libero mercato. Delle due l'una.
I paesi come la Cina o l’India non potranno mantenere questi ritmi produttivi a lungo, prima o poi scoppieranno (ma già oggi i lavoratori cinesi iniziano a rivendicare i propri diritti) e sopravviveranno soltanto le imprese che punteranno sulla creatività e il talento. Le potenzialità di una fabbrica non stanno nei macchinari di cui è dotata ma nel cervello dei suoi lavoratori.
Ciò che bisogna fare, quindi, è creare le condizioni perché la creatività possa esprimersi sia nelle aziende che nelle nostre città, soprattutto in quelle realtà urbane le cui condizioni sociali sono la pre-condizione per lo sviluppo di idee e innovazione.

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Commenti

Ritratto di leonardo

Ho già letto di questa polemos (in senso buono e costruttivo) in un altro sito. Sono concorde in alcune cose e aggiungerei dell'altro.
Ma..
Non ho tempo ora..
Mi vengono in mente tanti titoli di coda appesi alle sparizioni dei processi di qualità e di innovazione che ho visto nascere e sparire nei miei 25 anni di informatica (solo per rimanere nell'ambito del sito..). Idee e realtà schiacciate dal peso della saturazione del leader di mercato di turno, con la vittoria del più piccolo (facciamo micro, và, che è più aderente) in qualità e capacità di sviluppo (ridiamo?) con diciamo propensione preponderante ai patcchi (le patch-pacchi) che alle idee.
HO visto sparire quindi i binari di Clive Sinclair, Apple, Unix, Interfacce non Windows, Processori alternativi, Dbase, Clipper, Delphi, Internet zero (altro che due..) e francamente il discorso in verticale è troppo complesso per continuare, prendete le citazioni così come sono: poche ed isolate.
Non parliamo poi di energia che va ancora a petrolio (siamo rimasti con le sette sorelle senza marito da più di un secolo a questa parte.. e non si vede nulla all'orizzonte. Sarà smog?)
In generale poi è il famoso "Sistema" che è superato, inadeguato e quel che è peggio, senza alternative valide per un numero così alto di persone, cose, rapporti, ed un numero così basso di spazio, tempo e risorse disponibili. Niente di nuovo sotto il sole, pensa, anche ora, proprio ora che è coperto dall'anidride carbonica e cade dall'ozono..
Per dirla alla Woody "Dio è morto, Marx è morto e neanch'io mi sento tanto bene.."
L'idea politica è crollata sotto il peso dell'interfaccia standard da mantenere (vi ricorda qualcosa?), perchè così è se vi pare..
Più pragmaticamente (che tradotto vuol dire sceso in termini riconoscibili in questo tempo e spazio che si vive) siamo ingabbiati nel post-post-capitalismo, spoglio di critiche, di ragion pure e di ostacoli da superare, barriere, trincee, scorciatoie o sudevoli alternative.
Ci vorrebbe un nuovo Oppio dei popoli, un Dio salvifico, oppure una Rivoluzione forte, un po' più colorata e meno cruenta, sopratutto meno industriale e massonizzabile. Ma non ce ne sono...
Sono credente. Ma lucido, non bigotto. Non generico, sono preciso, credo in un Dio preciso ed anche scomodo. Non sono fanatico. Dio è Dio, non dio, non è una mia proiezione e quindi è un rapporto polemico, fiondante. Quando leggo Odifreddi mi viene da sorridere.. prima di arrivare ad essere credente ero Ateo, leggevo Einstein e mi bastava, ero senza un dio. Ho iniziato a pormi il dubito ergo sum sparandomi 1500 pagine di Hans Kung, così per gradire.. il presupporto era che se la questione era quello che era (cioè di Vitale importanza) valeva la pena dedicargli qualcosa di più che una piatta e banale e scontata crisi adolescenziale, quella che associa la presa d'atto della masturbazione allo scisma con la fede (che automatismo cretino).
Ad ogni matematico che filosofeggia sulle domande ultime ho necessita di consigliare di contare fino a dieci prima di morire.. in punto di morte potra sembrare sprecato il tempo passato ad enunciare astrazioni disilludenti.
Chi di speranza vive, con speranza in mano muore. Le sue labbra diranno preghiere, non numeri, ed il suo mondo sarà più vasto fino all'ultimo istante e l'oblio, se esiste, non potrà più rimediare all'illusione, nè spezzare la speranza. La morte è fregata per sempre. Forse. Perchè per sentito dire o per sensazione multipla, con la bocca aperta di notte sulll'orizzonte stellato, qualcosa c'è. Quindi, meglio sentire cosa dice il villaggio, visto che il villaggio è abitato da altri cervelli logici come me.
Caro Odifreddi (che ci vuoi fare stasera mi sei venuto in mente tu..), quei simboli neri che vedi sul foglio sono parole, non più logicamente inchiostro, e quella costruzione ridicola in legno sotto il sedere non è solo logicamente legno incastonato, ma una "sedia" concettualmente usata per sedersi.
Caspiterina! Scusa.. avevo dimenticato che quella è una cattedra..
Riversisco.. (inchino) e se mai capitassi a leggere questo commento, non rispendermi, io non sono altro che un numero.. (another brick in the wall, you know?)
Da quando sono qui (nel mondo sensoriale, dove l'unica affermazione "cogito ergo sum" mi sta pure stretta..) ho problemi di deambulazione all'interno dei persorsi di conoscenza e di sviluppo del mondo con cui mi rapporto, dal pane quotidiano ai quanti di Plank, tanto per dare un estensione.
Quando leggo Odifreddi, mi rileggo la storiella di cappuccetto rosso, per non dimenticare l'emozione e l'astrazione d'essa legata al "cogito" sentito, assaporato, chimicamente vibrato dentro.
Quando leggo Zichichi mi ricordo di Odifreddi, poi penso che ambedue sono in lotta con la stessa barba che mi ricresce ogni notte e mi acquieto.
L'altro binario, quello sociale, dello sviluppo e della presenza economica in un Villaggio globale dove insiemi e sottoinsiemi si rincorrono per appiccicare sulla mia spalla in corsa un etichetta, è un binario senza scambi. Limitato. Cheveguaristicamente incongruente.
Se apro bocca per ridare fiato ad un'idea, mi ritrovo collimato da variabili incalzanti e difficili da estirpare a meno che non voglia salire sulle teste e imporre i concetti con il megafono. Due sentimenti, angoscia e rassegnazione, hanno la meglio. So a quel punto che l'incoscienza degli anni trascorsi mi aveva dato forza nel chiudere gli occhi e gridare la ribellione senza calcolare i danni ed i benefici, così, giusto perchè l'immagine dentro le palpebre era quella dell'ingiustizia, della stonatura, dell'illogico spalmato fuori dalla finestra.
Allora ho gridato, mi sono ribellato, ho preso 9 di media e 6 in condotta e sono stato rappresentante d'istituto appena quattordicenne, organizzando scioperi e occupazioni insieme ai "grandi" o quelli che allora mi sembravano così lontanamente "grandi", i diciottenni.
Il resto è strada..
Quando ho guardato i due milioni di ragazzi a Denver, a quella giornata che avevo collaborato ad organizzare insieme a Giovanni Paolo II, a quegli incontri fatti mesi prima per preparare il pellegrinaggio, quelle visite all'ambasciata a Washinton, la riunione all'ONU, gli incontri all'Università di Denver, ho riletto il mio percorso lasciando filmare il mio istinto. Non erano numeri, nè cataste di numeri. Erano volontà ed emozioni brucianti, adrenalina e tutte le ina chimiche che si voglia, presenti e sopratutto, scambiate, linkate, distribuite, attraverso occhi, mani, piedi, voce, canto..
Ogni tanto rivedo alcuni canali di sette religiose in cui c'è un tipo che parla reclamizzando non-so-bene-cosa e poi una folla che canta l'alleluia del non-so.bene-cosa reclamizzato. L'apoteosi del fanatismo? Mah.. niente etichette: dentro, dentro i cuori sbattuti sul monoscopio, non posso sapere che c'è. Socraticamente lo so.
Insomma volevo dire che il nostro paese è indietro perchè nel paese non c'è molta gente del paese.. Little Italy è diventata una Badolato gigante, messa in vendita, con poca identità, telata e celata dietro le multinazionali ed esibita nei musei, nelle feste patronali, nelle tarantelle con i vestiti finto-folk e nella cucina soppressata (yumm..) da mille cibi anti-auchan..
Tu sei intelligente e vali parecchio mio caro Max. Probabilmente qualcuno si ricorderà del discorso che fai, come è successo a me l'estate scorsa, quando un vecchio compagno di scuola mi ricordò parola per parola il mio primo discorso su Solidarnosh in pubblico... Altri tempi.. e altri tempi verranno.
Tutto il mio logorroico soliloquio (difficile credere che sia stato letto per intero, zeppo com'è di citazioni autoreferenziali, ma, sai, così come si evince da questa stessa parentesi lunga e pretenziosa, io scrivo anche per me a volte, e mi capisco da solo senza leggermi) è stato qui redatto perchè mi hai ricordato me, e siccome io mi piacevo, e mi piaccio ancora, narcisisticamente ti dico: Bravo, sono con te, stendili tutti, fatti sentire... Chissa che Masaniello non sia crisciut'e turnate..
Grazie per le tue parole..

Di che si parlava, Massimiliano?

Ah, si.. tutt'altro..

Ma..
Come ho già detto prima..
Non ho tempo ora..

Alla prossima..

Ciao

Leonardo^^

P.S. Lo so che non è educato fare commenti ai post così lunghi.
P.P.S. Ma i tempi cambiano, no?
P.P.P.S. Dopo 25 anni, meglio cambiare.. nè?
P.P.P.P.S. Ah.. Si.. il sito era PARAINSUBORDINATI
mi pare all'indirizzo:
www.bloggers.it/parainsubordinati/index.cfm?blogaction=permalink&id=FDA1...

Leo^^